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DECIDERE.NET 13 cantieri per una politica ad alta velocità





Daniele Capezzone ha “aperto” un movimento-contenitore (non è ancora un partito ne io so se mai lo diventerà), una sorta di “network” di stampo liberale, riformista, libertario e laico.

Il movimento nasce perché l’esperienza Rosa nel Pugno sembra essersi esaurita in modo fallimentare con Boselli che pensa alla ricostruzione del partito socialista assieme a De Michelis, Valdo Spini e altri in un nuovo (???) partito che accolga (dialoghi con?) Mussi, Angius e altri fuoriusciti dai DS non convinti o delusi dall’ircocervo PD.

I radicali (partito nel quale Capezzone attualmente milita anche se tirano arie di diaspora), dal canto loro, si stanno comportando in modo piuttosto ambiguo (e, a mio avviso, poco coerente sia in rapporto alla loro proposta politica che al mandato degli elettori).

Ai radicali, Capezzone contesta il fatto che continuino imperterriti a supportare (sopportare) il governo Prodi nonostante che si sia dimostrato assolutamente refrattario a qualsivoglia riforma del sistema (fiscale, pensionistico, del lavoro, etc.) , riforme che, peraltro, facevano parte del programma dell’Ulivo e che, sole, stavano alla base dell’appoggio, decisivo, dei radicali alla coalizione di governo.

Prodi non solo non mantiene le promesse a suo tempo fatte ad alleati e all’elettorato ma relega i radicali e le loro politiche laiche e riformiste in un angolino dando spazio (forse perché sotto “ricatto politico”) alle sinistre comuniste e massimaliste (che, peraltro, sono a pieno titolo costituenti l’aggregazione di maggioranza).

Capezzone, dopo aver sollevato a più riprese il problema in seno ai Radicali Italiani, ottenendo giusto il fatto di essere sollevato egli stesso dalla carica di segretario del partito che passa a Rita Bernardini, fonda il movimento DECIDERE.NET che si propone di aggregare le forze liber-ali-rtarie-iste-aldemocratiche-alsocialiste, laiche e riformiste (non necessariamente fuse in un solo partito politico) sulla base della convergenza su alcune tematiche per le quali propone delle “ricette” molto concrete e reali.

I punti che DECIDERE.NET prende in considerazione sono 13 che rappresentano altrettanti cantieri per una proposta politica atta a realizzare quelle riforme di cui il nostro Paese assolutamente necessita.

I primi due dei 13 punti presi in considerazione da Capezzone parlano più che di riforma, di una vera e propria rivoluzione fiscale: 1. flat tax al 20%; 2. Federalismo fiscale (tema di cui TUTTI sono andati cianciando da alcune legislature ad oggi, per cui NESSUNO ha ancora fatto qualcosa).

Per quanto attiene al punto 1, questo è l’abstract della proposta di DECIDERE:

1. Fisco: tassa piatta al 20% . La rivoluzione fiscale è possibile
Passaggio progressivo, in 5 anni, ad un'aliquota unica (flat tax) del 20%. Il costo è coperto da una riduzione della spesa pubblica (al netto della spesa per investimenti e per interessi sul debito) dell'1% annuo (5% in 5 anni), il che equivale a dire riduzione della spesa pubblica complessiva, calcolata in rapporto al Pil, dello 0,4% annuo (2% in 5 anni, dal 51 al 49%).
Va osservato che:
a. queste stime non tengono conto dell'assai verosimile effetto di recupero di gettito legato all'emersione di nuova base imponibile;
b. all'aliquota unica si arriverebbe per gradi, per cui fino all'entrata a regime (fino al 5° anno), i costi annualizzati sarebbero anche inferiori;
c. va prevista una rimodulazione del sistema delle detrazioni e delle deduzioni, nonchè della no tax area, al fine di assicurare il rispetto del principio di progressività sancito dall' art.53 della Costituzione (riduzione delle detrazioni e delle deduzioni per le fasce di reddito più alte, e aumento per le fasce più basse)

Ergo: aliquota unica, niente più cervellotici scaglioni con percentuali differenti per diverse fasce di reddito. Un’aliquota sola che riduce il carico fiscale per tutti!!!!

Uno dei commenti che più frequentemente mi capita di incontrare tra gli osteggiatori della flat-tax è quella che un ricco (generalmente il paragone viene fatto direttamente con berlusconi, il satana, il grande baal di tutti i ricchi, l’emblema del male impersonificato e fattosi conto in banca e rete televisiva) pagherebbe le tasse al 20% così come la badante, il piccolo commerciante, il piccolo artigiano e questo viene “bollato” come ingiusto.

A me l’obiezione lascia, sinceramente, di stucco. Un “ricco” che guadagna 500.000 euro all’anno verserebbe al fisco 100.000 euro mentre una persona non ricca che ne guadagna 50.000 ne verserebbe 10.000 (che è 10 volte meno del versamento del “ricco” che, peraltro, guadagna 10 volte di più).

Senza considerare che verrebbe definita anche una “no tax area”, ossia un valore di reddito annuo al di sotto del quale non si pagherebbe alcunché al fisco. (per me una no tax area decente potrebbe essere quella che arriva fino a 12.000 euro di reddito all’anno).

Senza considerare il principio che il ricco, il non-ricco e il povero, pagano cifre differenti a fronte del medesimo servizio da parte dello Stato… per cui: chi guadagna di più (e, magari, perché no, è anche più bravo nell’espletare il suo lavoro) paga di più per avere la medesima cosa…

Ma in alcuni commenti, dicevo, vige l’italica (?) attitudine a non guardare al proprio bene ma preoccuparsi soprattutto del non-bene altrui…

Una riduzione dell’imposizione fiscale forte come quella che deriva dall’abbattimento delle aliquote al 20%, lascerebbe libere le risorse economiche, prima drenate dal fisco, per effettuare investimenti personali e aziendali, con grande beneficio di imprese e famiglie, indipendentemente da ciò che succederebbe a casa del Berlusca.

L’ottenimento della progressività nell’applicazione dell’imposta (principio sancito dalla Costituzione ma che a mio avviso non è né democratico né efficiente…) sarebbe perseguito attraverso la rimodulazione del sistema di deduzioni e detrazioni fiscali che verrebbero aumentate per i redditi più bassi e abbassate per quelli più alti.

In effetti, va detto (come mi sottolineava un frequentatore del forum di DECIDERE che ha lo pseudonimo TELLO) che la Corte di Cassazione ha decretato che il sistema impositivo in generale deve essere improntato a criteri di progressività, non è necessario ricercare la progressività in ogni singola tassa.

E’ altresì vero che l’IRPEF (così come l’IRPEG) rappresentano una parte importantissima del sistema fiscale per cui, se vogliamo dare progressività al sistema (ed essere in linea con il citato art.53) non possiamo non considerarla anche all’interno dell’imposizione sulle persone fisiche e giuridiche.

Ma io non concordo minimamente nel ritenere il principio di progressività del sistema fiscale corretta, democratica, o semplicemente efficiente.

Capisco che risponda a una volontà di redistribuzione del reddito, ma penso anche che sia un principio inadeguato ai tempi e fondamentalmente scorretto.

Sono convinto che già il principio di proporzionalità (per cui ciascuno paga una percentuale del suo reddito effettivo) sia più che sufficiente. Il pensare di aumentare l’aliquota impositiva al crescere degli scaglioni di reddito, oltre a non avere nessuna logica a sostegno (se non la mera volontà redistributiva), risulta essere penalizzante per tutti quelli che, lavorando di più e meglio, vogliono aumentare le proprie entrate.

In questo senso, l’incremento delle aliquote ha il nefando effetto di frenare la libera iniziativa e di rendere meno appetibile (e quindi meno praticato) qualsiasi sforzo personale per arrivare a livelli di reddito (e quindi di produttività) più elevati, il tutto incidendo sulla produttività generale del sistema.

La progressività delle aliquote, oltre ad essere piuttosto iniqua (parere personale) risulta essere penalizzante per l’intero sistema economico oltre che illiberale e illibertaria.

Va detto, infine, che aliquote troppo elevate per redditi elevati rappresentano una “spinta” significativa all’evasione fiscale mentre non è un mistero che ad “aliquote oneste corrispondano contribuenti onesti”. Al di là degli slogan, va effettivamente considerato il fatto che la riduzione delle aliquota a un’imposta piatta del 20% renderebbe indubbiamente meno appetibile il ricorso all’evasione fiscale e, per questo motivo, anche meno praticato.

Sempre TELLO che si è occupato a lungo di giuslavorismo ed è persona particolarmente preparata, caldeggiava addirittura l’introduzione della lump sum tax , ossia di una tassa pari a una cifra definita per ciascun tipo di professione indipendentemente da quanto la persona guadagni nello specifico. Ad esempio: la professione di avvocato pagherebbe 30.000 euro all’anno indipendentemente dal reddito effettivo, quello della lavandaia 10.000 euro e così via… (chi guadagna di più all’interno della medesima categoria è perché è più bravo o più volenteroso per cui si “intascherebbe” la differenza nell’imposizione rispetto ai colleghi meno performanti con benefici personali e “di sistema”).

A me l’idea della lump sum tax non piace affatto e la ritengo poco praticabile (anche se gli studi di settore, TELLO docet, altro non sono che lump sum tax mascherate e modificate…).

Mi accontenterei della flat-tax al 20%, affiancata dal federalismo fiscale, dalla riduzione delle spese pubbliche e lotta alle inefficiente (risparmio preventivabile 1% all’anno), dall’introduzione della responsabilità patrimoniale per i pubblici amministratori (chissà che non si impegnino di più).

La rivoluzione fiscale è possibile… ma non la praticherà certo il PD…

Pubblicato il 7/9/2007 alle 18.1 nella rubrica Politica.

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