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Riforme? Formule alchemiche!


Esoteria


29 giugno 2009

Solstizio d'Estate: semplici riflessioni

Abbiamo da poco festeggiato il Solstizio D’Estate, il giorno che ci introduce nella stagione estiva.


I Solstizi, come pure gli Equinozi rappresentano dei “punti singolari” nel movimento, apparente, del sole lungo l’orizzonte celeste (in realtà è la terra che si muove lungo l’eclittica). Durante gli Equinozi i raggi del sole sono perpendicolari all’Equatore e tangenti ai poli e si ha come risultato una eguale durata delle ore di buio rispetto alle ore diurne, e questo avviene in tutto il mondo. Il Solstizio d’estate, coi raggi del sole che sono ortogonali rispetto al Tropico del Cancro, fa, invece, registrare la massima durata delle ore di luce rispetto a quelle di buio (nel nostro emisfero, il contrario avviene in quello australe, dove i raggi solari raggiungono lo zenit rispetto al Tropico del Capricorno). In questo fatto io ci voglio vedere come dire una sorta di naturale, macroscopico, ultraumano riferimento alla relatività: è sufficiente cambiare latitudine per avere effetti opposti delle stesso fenomeno. Vi scorgo un’indicazione, anzi un monito, circa la necessità per chiunque di NON considerare i processi di conoscenza come assoluti.

Non assoluti “nello spazio” e nel “tempo”. per poter essere da parte nostra riconsiderati in ogni dove e in ogni quando, in ogni momento noi lo si ritenga utile o necessario.

Chi parte da posizioni assolutiste, nell’ ambito del proprio pensiero socio-politico, filosofico, teologico, non potrà MAI comportarsi secondo Tolleranza.

Equinozi e Solstizi si alternano in modo ciclico: dal punto di Equinozio, posizione di sostanziale “parità” di buio e luce, vedremo, inevitabilmente, rompersi, fin da subito, l’equilibrio in un movimento dinamico che ci porterà fino al raggiungimento di una situazione di massimo (Massima durata diurna al Solstizio d’Estate). Ma anche questo punto di massimo è effimero, dal momento che le giornate cominciano ad accorciarsi per arrivare ad avere, al Solstizio d’Inverno, la minima durata delle ore di luce, dopo essere passate attraverso un altro punto di equilibrio che è l’Equinozio d’Autunno.

Questo movimento, che definirei “respiratorio”, ondulatorio, è quello che detta i ritmi della Natura fatti di alternanze cicliche di periodi di quiete, massima attività vitale, ancora equilibro e fondamentale stasi.

Anche in questo caso, vi si legge un monito sovrannaturale per noi Uomini terreni di conformarci ai ritmi della Natura, di mantenerci in stretto contatto con essa e con le sue regole, sentirci costantemente immersi in Essa.

Questo andamento ciclico del Tempo, che torna incessantemente sulle stesse posizioni ci da anche la misura della Speranza, l’idea che ci sia sempre una ulteriore opportunità, così come ci sarà, anno dopo anno, un nuovo solstizio. Il Tempo ritorna sui suoi passi e noi lo ritroviamo e ci ritroviamo cambiati poiché Natura, il Tempo e noi stessi siamo in movimento, pervasi di dinamismo.



Questi principi, queste sensazioni, queste emozioni, sono quelle che l’Uomo prova fin dall’antichità. I popoli che erano dediti al culto solare (egizi, greci, mesopotamici ma anche le civiltà pre-colombiane, ad esempio), hanno riconosciuto questi “punti singolari” come li ho definiti all’inizio del post, e ne hanno fatto oggetto di culto.



Gli antichi romani hanno dedicato, ad esempio, le due porte solstiziali a Giano Bifronte il Dio della dualità, con la sua Faccia rivolta verso il passato e quella rivolta al futuro (che trovano una specie di sintesi nella sua terza, invisibile, faccia che pondera il presente…), con una faccia che veniva mostrata al popolo in tempo di pace e l’altra in tempo di guerra. Giano, Ianus in latino, presiede, ai due momenti solstiziali che erano dette anche “porte” solstiziali, in latino Ianua in un curioso e credo non casuale gioco di parole che identifica Giano-Ianus anche come Dio a presidio degli inizi o, se vogliamo, in modo un po’ più ardito, delle iniziazioni.



Il solstizio d’estate era detto Ianua Inferi, ossia la porta verso i mondi inferiori, al contrario, il solstizio d’inverno, momento di massimo buio rispetto alle ore diurne, era detto Ianua Coeli, la porta verso il Cielo.

Come dire che un momento di massima luce ha in se anche l’embrione del suo opposto. Come dire che in un qualunque momento in cui nel nostro cammino iniziatico dovessimo trovarci in una posizione intellettuale e di conoscenza “soddisfacente” ecco che quello status ha in sé i germi del dubbio che innescheranno quella volontà di ricerca e quella necessità di mettere alla prova del dubbio la nostra certezza che rappresenta il motore di qualsivoglia cammino iniziatico che, come la Natura e come i Movimenti della Terra attorno al Sole non conosce requie ed è caratterizzato da un armonico movimento ciclico e respiratorio.

Parlando di Porte Solstiziali mi sovviene una pertinente epigrafe, palindroma, scolpita sugli stipiti di un’altra Porta: quella cosiddetta Alchemica o Magica o Ermetica, a Roma, costruita dal Marchese Palombara. L’iscrizione, della quale ho detto in un altro recente post, è la seguente:

SISEDESNONIS.



 





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26 maggio 2009

Epigrafe Palindroma

 
si sedes non is



La frase è un'epigrafe incisa sulla soglia della celeberrima Porta Alchemica (nota anche come Porta Magica o Porta Ermetica o anche come Ianua Coeli: Porta del Cielo, definizione, questa, che viene utilizzata anche per identificare il Solstizio d'Inverno, dedicato a San Giovanni Evangelista), fatta costruire dall' esoterista, forse alchimista, forse rosicruciano, Marchese di Palombara, grande amico della studiosa esoterica Regina Cristina di Svezia (siamo agli inizi della II metà del 1.600).







La frase è palindroma, ossia offre un senso compiuto sia alla lettura classica da sinistra a destra, sia leggendola da destra a sinistra. Nell'un caso, la frase suona così:


se ti siedi non procedi


Nell'altro, invece:


se non ti siedi procedi


I motti palindromi piacevano in modo particolare agli studiosi ermetici ed esoterici medievali poichè, potendosi leggere indifferentemente in entrambi i sensi, si offrivano come latori di Verità universalmente valide. Nel caso dell'epigrafe proposta, in particolare, la lettura nel senso "normale" offre un certo significato, la lettura in senso opposto rafforza il concetto espresso ma ribaltando l'uso della negazione, utilizzando gli opposti rispettivi dei due termini della questione (sedersi, procedere).


Il significato è evidente, meno evidenti, se non ad uno "spirito allenato", invece, le implicazioni...: se ti fermi, nel tuo processo verso la conoscenza, a crogiolarti nelle verità che ti sei costruito fin qui, a cullarti nel "portofranco" delle certezze che oggi ti contraddistinguono, non puoi procedere nel cammino che hai INIZIATO.







21 maggio 2009

Il Sator

 S A T O R

A R E P O

T E N E T

O P E R A

R O T A S




24 gennaio 2008

TEST. Simpatico. Divertente. Interessante. Attendibile (????)

 
Debbo ringraziare Vasella (sexonthebeach.ilcannocchiale.it) frequentando la quale ho conosciuto Zecche (zecche.ilcannocchale.it) che mi ha fatto incontrare Wood (woodwood.wordpress.com) che ha postato un commento di Oscar.
Incuriosito, ho visitato il simpatico blog http://oscarferrari.wordpress.com/ dove ho trovato il link http://www.QuizFarm.com/ . Che, manco a dirlo, ho visitato per poter eseguire il curioso test di cui vado cianciando in questo momento (hic et nunc, direbbe qualcuno ... ma con ben altra accezione).

Il test darebbe più o meno risposta alla domanda: di quale religione faresti parte, quale sarebbe la religione migliore per te ...

questo il risultato nel mio caso:

Qual è la religione giusta per te? (translated version for Italian users)

You scored as a Satanismo

Il tuo risultato è Satanismo. Le tue convinzioni si avvicinano maggiormente a quelle del Satanismo! Prima che tu urli, fai qualche ricerca a riguardo. Per essere satanista, non devi necessariamente credere in Satana. Il Satanismo generalmente si concentra sull'avanzamento spirituale di sè stessi e nella libertà di scegliere arbitrariamente, piuttosto che sottomettersi a qualche divinità o restrizione morale. Fai qualche ricerca sul Satanismo se pensi immediatamente allo stereotipo del culto satanico. Potresti anche essere vicino a religioni terrene come il Paganesimo.

Satanismo

85%

Agnosticismo

80%

Paganesimo

70%

Induismo

55%

Islam

55%

Buddismo

55%

Confucianesimo

45%

Paranormale

35%

Cristianesimo

30%

Ateismo

30%

Ebraismo

20%



devo dire che mi ci ritrovo.
Ovviamente, non credo affatto a Satana, non ne sono un seguace, ho in orrore totale quella robaccia tipo bestie di satana o bambini di satana i cui adepti passerei per le armi senza alcuna remora o il benchè minimo rimorso ...
Allo stesso modo aborro le messe nere, le cazzate tipo pentacoli rovesciati, i rituali tanto scabrosi quanto vomitevoli tipo bere sangue recitando formule assurde...

Satanismo non come sinonimo di occultismo, quindi ma guardando, invece, alla definizione successiva. E devo dire che ...

Non so perchè, in quell'accezione, lo si chiami satanismo e non si cerchi qualche termine più appropriato tipo: gnosticismo o più sofisticato tipo: rosicrucianesimo, o più glorioso tipo: templarismo, o più ereticheggiante tipo: catarismo o più complicato e nascosto tipo: alchimia ed ermetismo ... ma ci si fermi al fuorviante (ma on troppo?) Satanismo.

In ogni caso ... devo dire che il risultato del test, sorprendenemente, mi assomiglia (deve essere un caso, per come è strutturato il test stesso).

Solo in una voce non mi ci ritrovo punto: l'islam al 55%. La somiglianza tra me e l’islam, infatti, è così infinitesimale da non poter essere rilevata dagli attuali strumenti di misurazione …










12 ottobre 2007

Mi capita a volte (non ci crederete) di ascoltare Radio Maria...

 

sono momenti abbastanza infrequenti, per il vero, mentre sto scandagliando, per lo più in auto, le frequenze delle varie trasmittenti radiofoniche, mi capita quasi sempre di incappare nella ecclesiastica radio di Erba (Como) - che pare una delle poche in grado di coprire tutto il territorio nazionale -  e devo dire che, a volte, se l'argomento che si sta trattando mi interessa, mi soffermo - anche a lungo - ad ascoltare le argomentazioni.



Uno dei conduttori che ascolto è Padre Livio, persona di cultura e acume intellettuale. Mi è capitato di ascoltarlo sia nel commento alla catechesi, sia al commento agli avvenimenti e relativa rassegna stampa. Non sempre condivido quello che afferma (soprattutto in ambito di catechesi, avendo io un'impostazione di carattere gnostico) ma mi piace ascoltarlo.

L'altra sera, tornando a casa dal lavoro, ho avuto modo di ascoltare, dalle frequenze di radio Maria, un prete esorcista. Voi sapete cos'è un prete esorcista: è un sacerdote che, nominato dal Papa e inserito nella gerarchia ecclesiastica, combatte la presenza fisica del maligno (presenza fisica alla quale molti non credono, neppure tra i preti setssi). Non sono riuscito a capre di chi si trattasse ma, comunque, doveva essere uno che conta in Vaticano, almeno per come lo si evinceva dagli aneddoti raccontati.


Anche in questo caso, non è che condividessi gran che di ciò che andava affermando, purtuttavia sono rimasto ad ascoltarlo per un buon lasso di tempo.

Mi affascina la cultura e la tradizione che sottendono a questi argomenti già presenti nel pensiero ecclestico e non della nostra civiltà a partire da molti secoli fa (lo stesso Origene ne ha scritto e detto moltissimo). Molto interessanti sotto tutti i punti di vista anche i rituali di esorcismo e il modo in cui si sono modificati nel tempo...

Non voglio riportare qui il contenuto dei quaranta minuti di ascolto, voglio solo sottolineare una serie di affermazioni che mi hanno fatto sbellicare dalle risa...

Intanto dovete sapere che vi sono diverse modalità di okkupazione da parte del demonio: esse si chiamano possessioni se riguardano le persone, infestazioni se riguardano cose e animali.
L'argomento della serata rigiardava le infestazioni e soprattutto quelle relative alle abitazioni.

Ho "appreso" che vi sono diversi motivi per i quali una casa si può infestare. Intanto possono essere le persone stesse che, già in obiettivo da parte del demonio, riflettono il loro status sulla stessa abitazione... ma il demonio può anche decidere di infestare una casa sua sponte e senza che questo dipenda da chi vi abita o abbia abitato in passato.

Vi sono poi episodi che hanno interessato la casa e che "attirano" per così dire la presenza fisica del maligno.
Tra questi vi sono motivi di primo grado che danno origine ad infestazioni "importanti": aver eseguito nella casa messe nere, adorazioni del diavolo o sedute spiritiche e medianiche.
Tra gli eventi di seconda fascia (motivi di infestazioni più lievi): suicidio, omicidio, abitazione residenza di un massone, dove si praticasse la prostituzione o attività omosessuale...

Avete capito? Quando compate casa state attenti a chi l'ha abitata prima. Informatevi dal vostro agente immobiliare di fiducia se lì sia mai stato commesso un omicidio o se, peggio, si sia suicidato qualcuno ma non dimenticate di chiedere se lì abbia mai abitato un massone o un omosessuale... potreste ritrovarvi in casa niente meno che satanasso, il quale, a seconda dei casi, potrebbe volervi farvi utilizzare la squadra e il compasso o volervelo mettere in ...

Molto meno grave sarebbe l'apprendere di dover pagare la Bucalossi o il condono...

Okkio, gente, okkio a comprar casa!!!! Sono certo che non vorreste mai dover affermare: ho un vicino che è un vero Demonio... ;)




27 settembre 2006

Chi conosce gli aspetti esoterici della Città de L'Aquila?

Chi conosce gli aspetti "esoterici" della città de L'Aquila? Modifica questo articolo
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Pubblico una serie di articoli che non recano la mia firma, tratti per lo più da internet e inerenti ai contenuti esoterici "nascosti", ma non troppo, nella pianta geografica della città de L'Aquila, capoluogo abruzzese e in alcuni monumenti storici della stessa città (primo fra tutti la meravigliosa abbazia di collemaggio).

di Isa Grassano
L'Aquila fu edificata in modo che le sue chiese disegnassero a terra la Costellazione omonima in cielo, in una replica precisa. La rivelazione, non si legge in un libro di Dan Brown che, nel suo Codice da Vinci, ci ha abituato a fitti misteri, ma arriva dal giovane Luca Ceccarelli, da sempre appassionato di storie e intrighi.

È lui l'autore (insieme a Michele Proclamato e Paolo Cautilli) del libro
La Rivelazione dell'Aquila (si può acquistare in città o sul sito www.ilcapoluogo.it ), in cui si racconta il capoluogo abruzzese in una maniera diversa da come siamo abituati a conoscerlo.

Fino a ieri la città è stata legata al binomio con "il numero 99" (ogni persona racconta di 99 castelli, 99 chiese, 99 piazze e 99 fontane e un altro elemento dà ancora più colore alla leggenda: l'orologio della torre di Palazzo Margherita suona 99 rintocchi; spesso si tratta di numeri di fantasia, ad esempio le chiese sono circa una sessantina), ma oggi si presenta con una nuova chiave: le basiliche, le strade e le pietre svelano un mondo misterioso, fatto di significati simbolici pagani, massonici ed esoterici. Perché mai ridisegnare proprio lo schema celeste che porta (o dà) il nome al territorio urbano? Sull'interrogativo i tre giovani studiosi hanno lavorato per molti mesi per approfondire e verificare sul campo questa affascinante scoperta: "L'immagine originale della costellazione della stella Altair si "specchia" sulle chiese cittadine e sei punti su sei combaciano perfettamente".

Non ha dubbi Ceccarelli, che aggiunge: "Sovrapponendo le due immagini e posizionando la stella centrale "Deneb el Okab" sul Duomo che è il centro, si vede chiaramente come Altair, corrisponde perfettamente con la basilica di San Bernardino e poi, in senso orario, Santa Giusta (con la stella 6781), quindi Collemaggio, la fontana delle 99 Cannelle e San Silvestro".

Ma non solo. Le felici intuizioni dei tre studiosi non si fermano qui. Per loro la città era destinata a diventare una nuova Gerusalemme. Almeno questa fu l'idea del suo fondatore, Federico II di Svevia, che voleva farne una nuova capitale spirituale. "Fu lo storico Crispomonti - continua Ceccarelli - a parlare per primo della straordinaria somiglianza della città Santa con il disegno delle mura dell'Aquila. Noi, osservando attentamente le due piante, abbiamo evidenziato altri particolari. Il fiume Cedron scorre nella parte bassa della città, così come l'Aterno per l'Aquila. Le due città sorgono entrambe su colline, l'Aquila a 721 metri sul livello del mare e Gerusalemme a poco più, 750 metri. Verso nord c'è il monte del Tempio di Salomone come da noi c'è Collemaggio. E, infine, la piscina di Siloe (citata nella Bibbia come il luogo dove Gesù compì il miracolo della restituzione della vista) è localizzata esattamente come la Fontana delle 99 Cannelle: entrambe sono opere di ingegneria idraulica e entrambe sono adiacenti ad una porta muraria".

E allora, con Ceccarelli, come Cicerone d'eccezione siamo andati sui luoghi più noti, per scoprire le verità più nascoste (ogni sabato, alle 15.30, si organizza "il Tour dei Misteri", al costo di 10 euro a persona, info: Welcome Point, piazza Duomo, & 0862-22312 www.centrostorico.laquila.it ). Ad iniziare dalla Fontana delle 99 Cannelle, di forma trapezoidale, bella nella sua architettura e nella sua lineare scenografia, che sorge in una zona detta Rivera per l'abbondanza di acqua.

Ed eccoli i turisti a contare i mascheroni: "ma sono solo 93?". "Infatti - precisa ancora Ceccarelli - il fatidico numero si raggiunge grazie alle sei cannelle, prive di maschere, situate in basso a destra dell'ingresso. La leggenda vuole che ognuno dei castelli che aveva contribuito alla fondazione della città avesse condotto fino a qui una cannella con la propria acqua, ma questo è l'aspetto più comune. Noi abbiamo passato al setaccio ogni pietra, andando a scavare nella storia del monumento. Da sempre è stata usata come lavatoio pubblico, per noi, invece, rappresenta un tempio di iniziazione cavalleresca dei Cistercensi, quei grandi conoscitori dei segreti della scienza, dell'astronomia e dell'ingegneria di cui i Templari furono il braccio armato".

Ogni figura è diversa l'una dall'altra, ma a catturare l'attenzione è la pietra angolare che rappresenta l'uomo pesce, o meglio Colapesce, personaggio della mitologia, e tiene sotto controllo tutto il monumento. Solo a lui è concesso di vedere tutte le altre facce. E se ci si mette all'angolo esatto, si ha una visione completa di tutta la fontana.

Un'altra delle tappe importanti del percorso del mistero è la Basilica di San Bernardino, che corrisponde, si è visto, alla stella di Altair. Monumentale la costruzione, la cui facciata si innalza maestosa e sembra fondersi in un tutt'uno con il cielo. "Io e i miei amici - continua Ceccarelli - più volte ci siamo soffermati sul trigramma bernardiniano IHS e chiesti a cosa corrispondesse il PHS, posto sullo stemma cittadino. Qualcuno ritiene che possa essere un'errata trascrizione dell'IHS. Forse potrebbe significare Priuree Honorable Sion, il celebre Priorato di Sion, l'antichissima associazione segreta che ordinò la formazione dei Templari e, secondo alcuni, fu custode del Santo Graal".

E il filo conduttore dei Templari si ritrova in un altro luogo denso di fascino, fuori dal centro storico: la Basilica di Collemaggio, esempio superbo di romanico-gotico che da sola vale il viaggio, ma anche, sotto questa nuova luce, concentrato di simbologia esoterica. Qui fu nominato Papa Pietro da Morrone, con il nome di Celestino V (identificato dai più come il personaggio citato da Dante, nell'Inferno, canto III, 58-60, "colui che fece per viltà il gran rifiuto").

La basilica, la cui facciata è ornata di decorazioni geometriche in pietra bianca e rossa, scandita da tre portali e tre rosoni, è da tutti conosciuta per avere la Porta Santa, la prima al mondo, dove il Papa, dal 1295, donò l'indulgenza della Perdonanza, anticipatrice degli Anni Santi (a fine agosto una festa rivive questo particolare rito). "Le rosa-croci, simbolo dei templari - conclude Ceccarelli -decorano la facciata, inoltre si può notare anche una quadratura a specchio di alcune pietre bianche che ricordano quelle del Tempio di Salomone a Gerusalemme. All'interno sul Mausoleo, dove è custodito il corpo del Papa, sono ben visibili i sigilli di Re Davide e di Re Salomone. Tutto ciò avvalora la tesi che il disegno di Federico II di far nascere una nuova capitale spirituale, fuori dei confini dello stato pontificio, fosse stato ripreso da Celestino V. E, forse, a suggellare questo stretto rapporto con l'Aquila, il papa volle celebrare il pontificale in città: fu la prima volta, al di fuori di Roma".

Tratto dal sito: www.ilcapoluogo.it




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27 settembre 2006

L'Aquila come Gerusalemme ...

Aquilanitas"

PENSATA E DISEGNATA COME GERUSALEMME

di Errico Centofanti



Dalla rivista “Bell’Italia”, Milano





La forma della città, cioè quell'insieme organico creato dal disegno della cinta fortificata medioevale e della griglia viaria interna come pure dalla gerarchia funzionale e dalla stratificazione temporale degli edifici, la si può ricostruire mentalmente mediante la lenta progressione dell'immergersi nel suo tessuto vivente di vuoti e pieni o la si può cogliere ricorrendo ad affacci di vario genere, da quelli più ravvicinati, ma anche non facilmente accessibili, come la torre del Palazzo del Comune e la castellina della Presidenza della Regione in Palazzo Centi, a quelli che offrono più vasto campo visivo, come i tornanti stradali che salgono a Monteluco, a Sud, oppure quelli che portano verso Collebrincioni, a Nord.

Una mezz'ora d'aereo o d'elicottero, noleggiabili all'aeroporto di Preturo, può dilatare la visuale fino alla lettura dell'interazione tra forma della città e forma del territorio, il che consente di coniugare il beneficio di magnifiche vedute a volo d'uccello dei gioielli urbani e del loro castone di meraviglie naturali con la rapida introiezione del perché la storia della città sia tutt'uno con quella del suo territorio.


La ricognizione del territorio lascia comprendere come la città sia nata in funzione della produttività dei vasti pascoli d'altura che la circondano, come le case, i palazzi, le chiese e i suoi spazi vuoti siano stati modellati in ragione delle alterne fortune dell'economia legata all'ambiente naturale, come la creazione dell'intero patrimonio di beni culturali del suo passato sia stata stata motivata e finanziata dal farro dell'antica Amiternum e poi, tra Medioevo e Settecento, dalla lana e dallo zafferano delle sue montagne.

Non per caso, le fasi d'impoverimento e decadenza hanno coinciso con la resezione di quel legame tra città e territorio che è stato, e attualmente ha ripreso ad essere, la chiave di volta dello sviluppo e della floridezza.

Se è certamente facile sbarazzarsi di parecchi impicci facendo finta di credere che la forma non sia sostanza, i fondatori dell'Aquila, a metà del Duecento, fecero di tutto per lasciar detto in solida pietra quale fosse il loro stile di ragionamento: innalzarono un monumento indistruttibile a esaltazione di quell'idea della forma che i filosofi definiscono come principio attivo di distinzione dell'essenza, dinamicamente contrapposto a "materia". Forse avevano in mente che "forma" e "bellezza" sono praticamente la stessa cosa (in greco, "Morphé" è "Forma" e "Morphó" è "Bellezza"). O forse avevano in mente quel che nel Seicento gli accreditava il Crispomonti: "Pare che la città in origine prendesse forma ed esempio dalla città di Gerusalemme... Piacque tanto a loro il modello di quella città Santa, che se lo riportarono scolpito nel cuore..." (in effetti, sovrapponendo le mappe si scopre una sostanziale collimazione delle due cinte fortificate; del resto, Santa Giusta, che fu la prima delle chiese edificate, sta nel luogo della spianata del Tempio di Salomone e Collemaggio, che sta a Sud-Est fuori le mura, al di là della piccola valle echeggiante quella di Giosafat e del Getsemani, sorge sopra un rilievo in posizione non dissimile da quella del Monte degli Ulivi, luogo dell'insegnamento del "Pater Noster" e poi dell'Ascensione). Comunque, qualunque cosa avessero in mente, vollero definire una forma che fosse espressiva dell'essenza della città e che si riconosce tanto ben ragionata da aver potuto restare intatta attraverso gli eventi naturali e umani di sette secoli.

"Il Gran Kan possiede un atlante in cui sono raccolte le mappe di tutte le città... Marco Polo sfoglia le carte... - Mi sembra che tu riconosci meglio le città sull'atlante che a visitarle di persona - dice a Marco l'imperatore richiudendo il libro di scatto. E Polo: - Viaggiando ci s'accorge che le differenze si perdono: ogni città va somigliando a tutte le città... un pulviscolo informe invade i continenti. Il tuo atlante custodisce intatte le differenze: quell'assortimento di qualità che sono come le lettere del nome".

La dilagante omologazione delle forme urbane, che Calvino evoca in "Le città invisibili" immaginando un dialogo tra Kublai Kan e Marco Polo, non riesce a contaminare L'Aquila, dove la forma della città antica sopravvive gagliardamente anche all'abbraccio del pulviscolo informe che è la sua cintura periferica. Una forma il cui assortimento di qualità non tanto va identificato facendo ricorso alle raccolte di mappe quanto va percepito nella sua effettiva sostanza plastica: la migliore rappresentazione che se ne può trovare è quella che la città offre mediante l'esibizione di se stessa. Forma nitidamente definita dai suoi primi costruttori, quella dell'Aquila è anche una forma razionalmente flessibile, della quale le inevitabili addizioni e trasformazioni, successivamente intervenute, non sono riuscite a intaccare la struttura fondante, che è simbolica raffigurazione quanto funzionale espressione della ragion d'essere della città, nonché ben leggibile sommatoria delle evoluzioni stratificatesi attraverso i secoli: una storia che le pietre, quelle più sontuosamente scolpite come quelle più umilmente acconciate, raccontano meglio di qualsiasi biblioteca.

Dopo aver guardato in Via dei Ghibellini alcune delle case che meglio esemplificano la maniera dell'epoca della fondazione, lì vicino ci si può lasciar accogliere da una panchina al belvedere di Viale Persichetti e lì, proprio lì dove la città ebbe la sua culla, lasciarsi andare all'immaginazione degli antefatti: una collina che trasuda acqua da infinite sorgenti; prati di smeraldo distesi a perdita d'occhio tra il vecchio fiume che scorre laggiù e la montagna che s'innalza fin dove mai piedi umani hanno potuto raggiungere gli approdi delle aquile; sullo sfondo, al di là del fiume, nuvole di polvere arruffate dal vento tra le dune che da mezzo millennio sotterrano le rovine di Amiternum, la grande città romana di Sallustio; qui intorno, tra le polle scintillanti, una manciata di povere case di pastori che da tempo immemorabile formano il Locus Acquili, il "posto delle acque", un borgo insignificante, dimenticato tra le brume periferiche dell'Europa di metà Duecento che sta virando dal folle disastro delle Crociate verso il tripudio della civiltà urbana dei mercanti; Saladino ha definitivamente posto fine alla signoria degli europei su Gerusalemme; il continente è scosso dall'invasione mongola penetrata in Ucraina, Bulgaria, Ungheria e Polonia; Marco Polo non è ancora nato ma Giovanni da Pian del Carpine e Guglielmo di Rubroek sono già tornati dai loro viaggi in estremo Oriente; in Francia e in Inghilterra sono a metà del loro corso i pluridecennali regni di San Luigi e Enrico III; il Papato vive la transizione da Innocenzo IV a Alessandro IV; l'Impero è all'inizio del grande interregno seguito alla morte di Federico II.

La situazione politica e il trend economico-culturale dello scacchiere italiano sono ormai propizi per mandare in effetto il rivoluzionario disegno che da qualche decennio fermenta nei villaggi arroccati sul versante meridionale del Gran Sasso: la fondazione di una grande città fortificata. Dopo i secoli di instabilità politica e precarietà economica seguiti alla dissoluzione dell'Impero Romano, l'unificazione normanna del Regno di Napoli e il riordinamento amministrativo dettato da Federico II hanno rianimato la produzione dei beni e i commerci, mentre l'incisiva presenza di Cistercensi, Templari e funzionari della multiculturale corte sveva ha seminato tra la gente idee, desideri di conoscenza, voglia di libertà, capacità d'autodeterminazione.

Con la floridezza dei foltissimi allevamenti di pecore e delle altre attività produttive, la vita degli abitanti dei villaggi montani è tornata ad essere un valore da proteggere; tuttavia, la frammentazione degli insediamenti abitativi enfatizza i pericoli comportati dalla cupidigia parassitaria dei signorotti feudali dei dintorni e rallenta lo sviluppo produttivo; in seno alla nascente imprenditoria armentaria, industriale e mercantile si configurano nuove esigenze strutturali; l'accumulazione di ricchezza genera il desiderio e offre la possibilità di una maggiore sicurezza e di una migliore qualità della vita: in definitiva, occorre un luogo sicuro, nel quale centralizzare le attività manifatturiere della lana, l'amministrazione del territorio, la tesaurizzazione del plusvalore prodotto, il governo del sistema produttivo, commerciale e finanziario. E' il medesimo fenomeno che in gran parte dell'Europa occidentale sta facendo delle città i poli della ricivilizzazione e del nuovo sviluppo.

La federazione dei villaggi fondatori, che secondo tradizione erano 99, aggiustando la denominazione d'ascendenza acquatica del Locus Acquili, sceglie "L'Aquila" quale nome della nuova città, certamente per rendere omaggio all'alata signora delle vette circostanti ma anche perché il richiamo al maestoso uccello che fa da insegna alla casa imperiale echeggi l'avveduta aspirazione alla "captatio benevolentiae" di quell'autorità che avrà tutto l'interesse a favorire lo sviluppo d'un insediamento destinato a diventare il fulcro del sistema difensivo per la frontiera nord-occidentale del Regno.

La forma urbis e i moduli abitativi vengono meticolosamente disegnati, dando luogo, come ha osservato Lavedan, a "una delle più grandi imprese urbanistiche dell'Europa medioevale". Dal centro della città si diramano idealmente fino al limitare esterno dei territori federati i bracci di una croce con cui vengono ripartite in quattro Quarti (Santa Giusta, San Marciano, San Pietro e Santa Maria Paganica) sia l'area intra-moenia che quella extra-moenia; pianificata in buona sostanza la ripetizione in città della medesima dislocazione territoriale dei villaggi fondatori, ciascuna comunità prepara il proprio inurbamento: nel Quarto a Nord-Ovest si trasferiranno i villaggi che fuori le mura stanno a Nord-Ovest e così via. Il Fuoco è il modulo abitativo unifamiliare, del quale una metà è destinata all'edificazione e l'altra a orto. L'insieme dei Fuochi e degli spazi indivisi assegnati in ciascun Quarto alle diverse comunità è il Locale. Per ogni Locale è prevista una piazza, la fontana pubblica e la chiesa, che reca la medesima titolazione della chiesa madre preesistente extra-moenia.

L'abnorme quantità di chiese da fabbricare dà vita a un peculiare stile architettonico, la "scuola aquilana", che innalza grandi vele quadrangolari di pietra concepite come veri e propri fondali scenografici, funzionali alla caratterizzazione del paesaggio urbano piuttosto che alla tradizionale interpretazione della facciata come proiezione dell'aula ecclesiale. In ragione della struttura originaria, è facile comprendere perché, nonostante l'ampio ventaglio di rimaneggiamenti dei secoli seguenti, sia larghissima la quantità di piazze, fontane e chiese pervenuteci. L'autorevole pregnanza della forma impressa alla città spiega, del resto, perché tuttora restino sostanzialmente intatte la tessitura viaria e gran parte della toponomastica (i nomi dei villaggi fondatori che distinguono le vie dove insistevano i rispettivi Locali e toponimi come Sdrucciolo dei Poeti, Costa Due Stelle, Via degli Scardassieri, Via dei Ramai, Via Angioina, etc.); analogamente, si spiega perché restino evidenti gli impianti architettonici medioevali, specialmente ma non solo nel Quarto di San Pietro e tutt'intorno Via Fortebraccio, perché sopravvivano finanche molti esempi delle pavimentazioni a ciottoli bianchi, come nella quieta e splendida Via San Martino o nella vertiginosa gradinata di Costa Masciarelli.

In virtù di un ragionatissimo piano operativo e del simultaneo impegno di centinaia di nuclei familiari, la nuova città sorge dal nulla in una manciata d'anni. E' la più grande città europea che nell'arco di questo declinante millennio sia stata interamente progettata a tavolino e l'unica nata non per decreto ma per impulso popolare; bisognerà attendere SanPietroburgo e infine Brasilia perché il fenomeno di creazione dal nulla di una grande città si ripeta secondo ancor più vaste proporzioni.

La forma scaturisce dalle funzioni, si adatta alle loro trasformazioni e resta comunque leggibile, quanto e spesso più esaurientemente delle fonti archivistiche: la struttura dei Fuochi è pensata in ragione di una non traumatica evoluzione delle famiglie da rurali a cittadine; l'orto consente che serene abitudini quotidiane non vengano violentate e che un embrione di economia curtense assicuri le risorse per sopravvivere fin quando il funzionamento della città non sarà in grado di diversificare l'organizzazione del lavoro e di offrire adeguati servizi comunitari; in una fase economicamente più matura, molti Fuochi verranno progressivamente accorpati, rendendo possibile l'avvento dell'edilizia palazziale e, conseguentemente, dei cortili e dei giardini, che introducono nella forma urbana un ulteriore fattore d'assortimento qualitativo; questo spiega l'abbondanza, tuttora ben manifesta, sia di orti che di cortili e giardini.

Protagonista nella stagione dei palazzi sarà sopra tutto l'aristocrazia armentaria e mercantile; Camponeschi, Franchi, Pica, Alfieri, Antonelli, Carli, Ardinghelli, Cappelli, Persichetti, Quinzi e quant'altri tirano su quelli che all'inizio, nell'abitato fatto per lo più di piccole case d'uno o due piani, sembrarono grattacieli; il caso più tardo e sontuoso dell'epoca migliore, Palazzo Centi, viene infisso nel Settecento accanto a quello dei Dragonetti; questi, disponendo d'una splendida dimora rinascimentale, d'uno dei magnifici cortili architettati da Silvestro Aquilano e sopra tutto d'una cospicua genealogia aristocratica, avevano sdegnosamente rifiutato la richiesta matrimoniale del fresco arricchito e si videro da questi piantare nel fianco la sua vendicatrice gloria palazziale.

Anche l'ubicazione di ciascun Locale era stata oggetto di appropriati ragionamenti, volendosi evitare che la casualità delle localizzazioni abitative in città disperdesse le solidarietà di vicinato nate nei villaggi fondatori: tutela della coesione culturale e operativa ma anche razionalità organizzativa, affinché ciascun Locale potesse gestire efficientemente il lavoro collettivo, necessario per l'utilizzazione del perdurante diritto di uso civico dei rispettivi pascoli e boschi extra-moenia, il che, se manteneva vivissimo il legame economico tra città e territorio, impediva anche il degrado delle aree montane.

Le vicende del trono napoletano, in connessione con quelle del conflitto tra Chiesa e Impero, determinano repentini mutamenti per le fortune dell'Aquila: la città è ancora in costruzione quando, nel 1259, l'esercito di Re Manfredi la rade al suolo; sette anni dopo, Carlo I d'Angiò ne autorizza la riedificazione. Da quel momento, lo sviluppo è impetuoso; la pacificazione tra le fazioni interne e la benevolenza della Corona verso gli eccessi compiuti nell'abbattimento dei superstiti nuclei di feudalità, entrambe patrocinate da Papa Celestino V nel 1294, in occasione della sua consacrazione papale nella Basilica di Collemaggio, danno ali alle energie della nuova città. La sua collocazione lungo la Via degli Abruzzi, che allora costituiva l'asse portante delle comunicazioni tra il Nord e il Sud della penisola, ne fa il capolinea della transumanza delle pecore verso il Tavoliere delle Puglie e del commercio della lana e dello zafferano con gli stati del Nord. Accanto a quella della lana, prosperano altre attività industriali, mentre fioriscono il benessere economico e la vita artistico-culturale; quando, a fine Quattrocento, vi s'installa una delle prime tipografie d'Italia, la città è ormai da tempo assurta a un ruolo di primo piano nella vita politica e economica del Regno di Napoli e ha conquistato una straordinaria autonomia amministrativa, sancita da un ordinamento basato su statuti analoghi a quelli dei Comuni dell'Italia settentrionale.

Nella prima metà del Cinquecento, caduta nelle spire dell'assolutismo spagnolo, la città verrà privata del suo status autonomistico e, a seguito dell'infeudazione dei villaggi fondatori, vedrà rescisso il fondante legame demaniale d'interdipendenza socio-economica con il territorio; la sua prosperità e il suo ruolo politico e culturale, nonostante l'iniziale esteriorità magnificente del governatorato di Madama Margherita d'Austria, figlia dell'Imperatore Carlo V, s'avvieranno verso il progressivo declino che, passando attraverso il rovinoso terremoto d'inizio Settecento e la ristrutturazione dell'industria laniera europea, si arresterà soltanto all'indomani della fondazione della Repubblica.

Della lunga fase di declino, fatto salvo il Teatro Comunale, qualche ben condotta ristrutturazione intervenuta dopo l'unificazione nazionale e poco di più, restano sopra tutto begli esempi d'interni, come la preziosa Casa Signorini Corsi, ricca di arredi e collezioni d'arte, che sta per riaprirsi in provvida veste musealizzata, oppure il vasto salone ligneo della Biblioteca Tommasiana, dove Bontempelli e Silone sono stati tra quelli che v'hanno pensato le proprie pagine.

Se Palermo è un miracolo del sincretismo culturale greco-arabo-ebraico-europeo, L'Aquila appare come un miracolo del sincretismo diacronico espresso dalla tenacia montanara catalizzata dalle avversità; nata per aspirazione alla libertà di progettare un futuro migliore, ogni volta che gli uomini e la natura la colpiscono, essa recupera le energie dei fondatori per ricostruirsi e incardinare il nuovo su quel che rimane delle passate fatiche: quel che è sopravvissuto alla distruzione dell'esercito di Manfredi del 1259 dà forma e fondamenta alla città che rinasce a partire dal 1266, su quel che resta dopo il terremoto del 1703 si innestano le reinvenzioni barocche.

E poi c'è dell'altro a rendere necessaria la sapienza del sopravvivere, ricostruire, risarcire: la resistenza, vittoriosa ma a caro prezzo, guidata da Antonuccio Camponeschi al ferreo assedio di Fortebraccio da Montone (leggendario il nemico, al cui valore veniva reso l'inaudito onore della dedicazione del prolungamento orientale del decumano massimo; leggendaria l'impresa, eternata dalla denominazione di "Via delle Bone Novelle" imposta dal popolo alla strada lungo la quale era risalito verso il cuore della città il messaggero recante la notizia della rotta degli assedianti); l'invasione degli spagnoli, che nel 1529 stuprano e saccheggiano in lungo e in largo e poi sfasceranno l'autonomia comunale, espianteranno a beneficio del Prado la Visitazione che Raffaello aveva dipinto per la cappella del fraterno amico Giovanni Battista Branconio in San Silvestro e demoliranno un mare di case a nord-est per innalzare la per altro mirabile fortezza oggi sede del Museo Nazionale d'Abruzzo; l'invasione dei francesi nel 1799, che rubano tutto l'oro e l'argento della città e spargono al suolo le ossa di San Pietro Celestino e San Bernardino da Siena per portar via le sfolgoranti urne che le contenevano; i grandi terremoti del 1315, 1349, 1461 e una mezza dozzina di truculente pestilenze, che seminano devastazioni d'ogni genere.

Da tutto questo vien fuori che soltanto tra le costruzioni innalzate di sana pianta dopo il 1703 è possibile trovare corpi di fabbrica stilisticamente omogenei; tutti gli altri esibiscono le molteplicità di interventi che lasciano leggere nella pietra il divenire della storia e che quasi sempre manifestano eclettismi stupefacentemente armoniosi, come nel supremo esempio di San Bernardino, la basilica dove Quattrocento, Cinquecento e Settecento conversano grandiosamente all'unisono.

Di fronte a questo insistito "star bene insieme" di cose tanto diverse, viene da pensare che v'è dell'altro da intendere, al di là del singolo messaggio racchiuso nella forma e nella postura di ciascuna pietra; si finisce per intuire un apologo che stava già tutto nella mente degli anonimi padri fondatori: il passato non è un tesoro da contemplare nostalgicamente ma un ammaestramento a saper ben condurre il presente affinché si sia pronti in ogni momento a inventare il futuro. Un apologo che è stato scritto con l'incorruttibile forma data alla città di pietra.
Ma, ai padri fondatori sembrò pure che l'eloquenza di quella forma, alla lunga, forse, avrebbe potuto attenuarsi agli occhi di quelli che giorno dopo giorno ci avrebbero vissuto dentro. Così, scolpirono un riassunto di quell'apologo e lo sistemarono in non eludibile evidenza, per universale futura memoria, in uno dei luoghi allora più accorsati, la Rivera, compluvio dei traffici di greggi, mercanti, artigiani e popolani. Cavarano pietre bianche e rosse dalle loro montagne e le squadrarono a forza delle loro braccia. Presero a mettere in piedi il loro testo di pietra e ci sarebbe voluto quasi mezzo millennio per vederlo completato. Gli nascosero dentro un'infaticabile anima, fatta di condotti, scolmatori e ogni sorta d'ingegnosità idrauliche, perché, senza bisogno d'umani dal mutevole pensiero, le sovrastanti sorgenti del vecchio Locus Acquili potessero eternamente e ben regolatamente versare tanti esili rivoli quanti erano stati i villaggi fondatori e perché quegli esili rivoli concordemente formassero un'unica, ampia e placida fonte, dove chiunque potesse liberamente attingere secondo i propri bisogni.

Il frutto dei rivoli d'acqua stava bene insieme come tuttora sta bene, come stavano e stanno bene insieme le pietre d'ogni stagione messe a fare la città, come stavano bene insieme i primi cittadini venuti da diversi villaggi e come tutto il mondo vorrebbe star bene insieme, diversità con diversità, in pace, per aspirazione alla libertà di progettare un futuro migliore. L'apologo dei padri fondatori sta nella incorrotta forma della città e il suo riassunto è la Fontana delle Novantanove Cannelle, in cima alla quale tuttora si leggono, in latino, queste parole: "La nuova città gioisce ora delle acque del vecchio fiume e di quelle d'una nuova fonte. Se apprezzi quest'opera egregia lodane ogni aspetto ma non stupirti dell'opera e ammirane piuttosto i patroni che il lavoro e l'onestà fanno essere cittadini dell'Aquila. Nell'anno del Signore 1272".

Errico Centofanti


Tratto dal sito www.angelodenicola.it.




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1. Il Premier israeliano sospenderà tutte le elezioni e pianificherà un decennio di governo che non potrà essere messo in discussione.
2. Il Premier israeliano sospenderà tutte le inchieste giudiziarie sulle sue attività fiscali e i membri della sua famiglia spenderanno a Parigi i milioni di dollari dati a Israele come aiuti umanitari.
3. Tutte le le televisioni e i giornali israeliani saranno censurati dal partito Likud.
4. Squadracce di assassini israeliani entreranno in Cisgiordania con la precisa intenzione di far saltare in aria donne e bambini arabi.
5. I bambini e adolescenti israeliani saranno addobbati con esplosivi sotto le camicie per andare a uccidere famiglie
palestinesi.
6. Le folle israeliane si precipiteranno in strada per immergere le mani nel sangue dei loro morti e poi marceranno invocando omicidi di massa di palestinesi.
7. I rabbini pronunceranno sermoni pubblici con cui ritraggono i palestinesi come figli delle scimmie e dei maiali.
8. I testi scolastici israeliani diranno che gli arabi fanno sacrifici umani e riti omicidi.
9. I principali politici israeliani, senza che nessuno li rimproveri, invocheranno la distruzione della Palestina e la fine della società araba in Cisgiordania.
10. I membri del partito Likud linceranno e uccideranno, come se fosse normale, e senza processo, i propri oppositori.
11. I fondamentalisti ebrei uccideranno le donne colpevoli di adulterio e resteranno impuniti perché sosterranno di aver salvaguardato l'onore della famiglia.
12. La televisione israeliana trasmetterà - accompagnati da musica patriottica ­ gli ultimi messaggi registrati di assassini suicidi che hanno massacrato dozzine di arabi.
13. I manifestanti ebrei faranno una parata per strada e vestiranno i loro bambini da assassini suicidi.
14. I newyorchesi pagheranno 25 mila dollari di taglia per ogni palestinese ucciso da un assassino israeliano.
15. I militanti israeliani uccideranno un ebreo per sbaglio e poi si scuseranno dicendo che pensavano fosse un arabo, al fine di tacitare la società israeliana.
16. Gli ebrei entreranno nei villaggi arabi di Israele per mitragliare donne e bambini.
17. Le figure pubbliche israeliane, come se fosse una cosa normale, minacceranno di colpire gli Stati Uniti con attacchi terroristici.
18. Bin Laden sarà un eroe popolare a Tel Aviv.
19. Gli assassini ebrei uccideranno diplomatici americani e la società ebraica darà loro ospitalità.
20. I cittadini israeliani celebreranno le notizie secondo cui tremila americani sono stati assassinati.
21. I cittadini israeliani esprimeranno sostegno per i tentativi dei supporter di Saddam di uccidere gli americani in Iraq.
22. Gli israeliani ameranno la morte e gli arabi vorranno bersi in pace un caffé da Starbucks.


Questo pensiero è di Victor Davi Hanson, gentilmente già tradotto da Camillo 
. Ringrazio entrambi. 



 Non posso non sostenere il Governo del Tibet in esilio
 

 

 

20 settembre 2006
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